Quanti italiani hanno sperato nell’arrivo di un eroe dopo la fine del governo Berlusconi? Quanti hanno desiderato spasmodicamente l’uomo che avrebbe guarito i conti pubblici, allontanato il rischio di default e spazzato via i privilegi della casta? Quanti giovani hanno pensato: “finalmente è arrivato il mio turno, ora si che per me le cose cambieranno”?

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Alle 21.42 del 12 novembre 2011, tra fischi e lanci di monetine, il presidente del consiglio Silvio Berlusconi si è dimesso. Questo gesto spazzerà via il governo più longevo della Seconda Repubblica, un pezzo di storia e un modello sociale con cui gli italiani stentano ormai a riconoscersi.

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Torniamo a parlare della manovra finanziaria che dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale comincerà, a partire da oggi, a produrre i suoi effetti. Le prime norme che entreranno in vigore riguardano il ticket sanitario da 10 euro sulle prestazioni specialistiche e quello da 25 euro sui cosiddetti “codici bianchi” al pronto soccorso, i rincari del bollo sul deposito titoli, il superbollo per le auto di lusso, l’aumento dell’Irap sulle concessionarie dello Stato e le tasse sulle stock option (ovvero quelle opzioni che danno il diritto di acquistare azioni di una società quotata).

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di Alessia Gervasi

Come mai il nostro  ministro dell’economia è un furbetto?

Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha messo a punto una manovra finanziaria da 47 miliardi di euro che dovrebbe risollevare i conti pubblici del nostro paese nel giro di qualche anno.
Furbescamente il ministro ha spalmato la manovra in questo modo: 2 miliardi per il 2011, 5 per il 2012 e 20 rispettivamente per il 2013 e 2014. Questo significa che il “grosso” della manovra peserà sul governo successivo e per la maggior parte degli anni a venire.
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L’11 giugno 2011 l’Economist ha pubblicato un’inchiesta speciale sull’Italia dal titolo “The man who screwed an entire country”. La scelta di utilizzare la parola “screwed” nel titolo, che tradotto sarebbe “fottere”, non lascia molto spazio all’immaginazione. Siamo davvero un paese fottuto nelle mani di un premier eccentrico e vizioso che anziché pensare a risollevare le sorti del paese che governa, pensa a salvare se stesso e i suoi interessi?

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Sulle quote rosa…

Il governo si sta attrezzando per sancire con legge il diritto delle donne a far parte, almeno per un terzo, degli organi decisionali.

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(…) Il recente fenomeno del crowdsourcing sembra rispondere a questa nuova prospettiva. Wikipedia definisce il crowdsourcing “un modello di business nel quale un’azienda o un’istituzione richiede lo sviluppo di un progetto, di un servizio, di un prodotto ad un insieme di persone non già organizzate in una comunità virtuale”.

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Tre ministri (Istruzione, Lavoro e Gioventù)  sostengono di voler combattere la disoccupazione giovanile con un progetto, pomposamente chiamato Piano di azione per l’occupabilita’ dei giovani.

Bene, benissimo, ma l’entusiasmo si smorza subito: gli investimenti sono pari a 1 miliardo di euro, non si prendono  iniziative contro il precariato, anzi inasprito dal collegato lavoro (a proposito: alzi la mano chi sapeva che il 23 gennaio scadevano i termini per i ricorsi contro i licenziamenti dei precari. Complimenti  ai ministri per l’ottima campagna informativa!); si attaccano i giovani d’oggi definendoli “inadatti all’umiltà” (grazie per la considerazione, peccato che l’Istat dimostri che il 47% dei giovani lavoratori si accontentano umilmente di mestieri al di sotto del loro titolo di studio); si definiscono inutili alcuni corsi di laurea (creati dalla riforma Moratti, II Governo Berlusconi), tanto che una laureata ora chiede il risarcimento; si dichiara che bisogna scardinare i privilegi acquisiti nel ’68 (non saranno mica cose come il diritto allo sciopero, ad essere tutelati da un ingiusto licenziamento, ad avere un luogo di lavoro sicuro e a norma, a non essere discriminati sul posto di lavoro?) e di voler portare i giovani italiani a riscoprire la manualità, a discapito della cultura umanistica (abbasso storia, archeologia e italiano: scelta molto intelligente in un Paese come il nostro, che vanta un patrimonio storico, artistico e culturale unico al mondo).

Perno di questo mirabile progetto è la realizzazione di 58 nuovi istituti tecnologici (da cui usciranno studenti pronti per un apprendistato, cioè un contratto precario), ahimè poco realizzabili: 1 miliardo di euro è una miseria, se pensiamo che i tagli della riforma Gelmini ammontano ad oltre 7 miliardi; non si capisce, quindi, il senso della creazione di nuove scuole, quando non ci sono nemmeno i soldi per far funzionare le vecchie.

Non si possono creare le migliori condizioni possibili di lavoro, non solo per i giovani ma per tutte le fasce d’età, quando i veri problemi non vengono presi in considerazione (carenza delle infrastrutture, burocrazia asfissiante, pressione fiscale alle stelle, corruzione ed evasione fiscale fuori controllo). In definitiva, mancano mezzi ed idee.

Come procedono le cose in Italia? Male, per ora.

http://www.propostalavoro.com/crisi-e-cambiamento/se-non-ora-quando-finira-lo-sporco-intreccio-fra-carriera-donne-e-politica

Tre ministri (Istruzione, Lavoro e Gioventù)  sostengono di voler combattere la disoccupazione giovanile con un progetto, pomposamente chiamato Piano di azione per l’occupabilita’ dei giovani.

Bene, benissimo, ma l’entusiasmo si smorza subito: gli investimenti sono pari a 1 miliardo di euro, non si prendono  iniziative contro il precariato, anzi inasprito dal collegato lavoro (a proposito: alzi la mano chi sapeva che il 23 gennaio scadevano i termini per i ricorsi contro i licenziamenti dei precari. Complimenti  ai ministri per l’ottima campagna informativa!); si attaccano i giovani d’oggi definendoli “inadatti all’umiltà” (grazie per la considerazione, peccato che l’Istat dimostri che il 47% dei giovani lavoratori si accontentano umilmente di mestieri al di sotto del loro titolo di studio); si definiscono inutili alcuni corsi di laurea (creati dalla riforma Moratti, II Governo Berlusconi), tanto che una laureata ora chiede il risarcimento; si dichiara che bisogna scardinare i privilegi acquisiti nel ’68 (non saranno mica cose come il diritto allo sciopero, ad essere tutelati da un ingiusto licenziamento, ad avere un luogo di lavoro sicuro e a norma, a non essere discriminati sul posto di lavoro?) e di voler portare i giovani italiani a riscoprire la manualità, a discapito della cultura umanistica (abbasso storia, archeologia e italiano: scelta molto intelligente in un Paese come il nostro, che vanta un patrimonio storico, artistico e culturale unico al mondo).

Perno di questo mirabile progetto è la realizzazione di 58 nuovi istituti tecnologici (da cui usciranno studenti pronti per un apprendistato, cioè un contratto precario), ahimè poco realizzabili: 1 miliardo di euro è una miseria, se pensiamo che i tagli della riforma Gelmini ammontano ad oltre 7 miliardi; non si capisce, quindi, il senso della creazione di nuove scuole, quando non ci sono nemmeno i soldi per far funzionare le vecchie.

Non si possono creare le migliori condizioni possibili di lavoro, non solo per i giovani ma per tutte le fasce d’età, quando i veri problemi non vengono presi in considerazione (carenza delle infrastrutture, burocrazia asfissiante, pressione fiscale alle stelle, corruzione ed evasione fiscale fuori controllo). In definitiva, mancano mezzi ed idee.

Come procedono le cose in Italia? Male, per ora.

Danilo

Articolo tratto da www.propostalavoro.com

Link all’articolo http://www.propostalavoro.com/crisi-e-cambiamento/zero-idee